Quando un comportamento diventa un’identità. E viceversa.
C’è qualcosa che da tempo mi provoca un certo fastidio. O, più precisamente, una forma di disorientamento.
Sono generalmente considerato una persona di orientamento progressista e, tutto sommato, non ho particolari ragioni per contestare la definizione. Mi riconosco in valori come l’uguaglianza, la tutela delle minoranze, il rispetto delle differenze, il rifiuto delle discriminazioni. Eppure mi capita sempre più spesso di non riconoscermi affatto in alcuni comportamenti che vengono presentati come conseguenza quasi necessaria di quegli stessi valori. Il fenomeno Woke è probabilmente uno dei terreni nei quali questa sensazione diventa più evidente.
Sicché, quando leggo sui media che forse si è esagerato a usare il Woke come un programma politico per ottenere consensi, conseguendo di fatto il risultato opposto, il mio disorientamento cambia significato: “Ah, ma allora non sono l’unico!”
Nato dalla necessità di rendere visibili discriminazioni, asimmetrie e forme di esclusione che per molto tempo erano rimaste sullo sfondo, il movimento Woke ha contribuito a modificare profondamente il nostro modo di osservare la società. Parole, comportamenti e consuetudini che fino a pochi anni fa apparivano neutri hanno cominciato a essere messi in relazione con la storia, con i rapporti di potere, con l’identità di chi li subiva.
È stata, prima ancora che politica, una grande operazione di costruzione del senso. Sono cambiate le connessioni attraverso cui osservavamo alcuni fenomeni e, cambiando le connessioni, è cambiato ciò che quei fenomeni significavano. Ma proprio qui comincia la parte interessante.
Dal valore al pacchetto
Progressivamente, attorno ad alcuni valori si è formata una costellazione molto più ampia di posizioni, linguaggi e comportamenti. E ciò che inizialmente poteva essere discusso separatamente ha cominciato a presentarsi come un insieme.
Se condividi questo valore, allora dovresti riconoscerti in questa posizione. Se condividi questa posizione, dovresti utilizzare questo linguaggio. Se appartieni a questa area culturale, ci si aspetta che tu assuma determinati comportamenti.
In altre parole, nasce una specie di pacchetto identitario.
Ed è qui che può comparire il disorientamento, che alla fine diventa disagio.
Per come sono fatto, posso considerare fondamentale la tutela delle minoranze e non condividere una particolare forma di censura linguistica. Posso rifiutare una discriminazione e giudicare discutibile una determinata pratica pensata per contrastarla. Posso condividere un valore senza considerare automaticamente giusto qualsiasi comportamento venga adottato in suo nome. E infine, posso sentirmi progressista senza accettare tutte le litanie del politically correct.
Non dovrebbe esserci nulla di contraddittorio.
Eppure, quando valori, identità e comportamenti vengono trattati come se appartenessero allo stesso piano, come se fossero oggetti linguistici indifferenziati, la contraddizione sembra comparire.
Il ragionamento diventa molto semplice: hai detto X, dunque pensi Y, dunque sei Z.
E anche il percorso inverso funziona perfettamente: sei Z, quindi ciò che dici non può che significare X.
A quel punto non stiamo più discutendo un comportamento o un’affermazione. Stiamo definendo una persona.
Quando la lente entra nel sistema
Qui accade qualcosa di ancora più interessante.
Una costruzione di senso non si limita a descrivere la realtà. Quando diventa socialmente rilevante, comincia a modificarla.
La cultura Woke ha modificato il linguaggio, i comportamenti individuali, le politiche aziendali, le università, i media, la pubblicità. Ha reso visibili problemi precedentemente trascurati e ha introdotto nuove distinzioni attraverso cui interpretarli. Ma così facendo è diventata essa stessa parte del sistema che osservava. E il sistema ha reagito.
La crescente attenzione al linguaggio è stata interpretata da alcuni come una forma di controllo. Il controllo ha generato resistenza. La resistenza è stata interpretata, a sua volta, come conferma della persistenza delle discriminazioni contro cui si stava combattendo.
Si genera così una retroazione curiosa: ciascuna parte trova nei comportamenti dell’altra le prove che confermano la propria interpretazione.
Più il Woke appare prescrittivo, più cresce la reazione anti-woke. Più cresce la reazione anti-woke, più diventa plausibile, per chi si riconosce nel primo, l’idea che sia necessario difendere con maggiore decisione le conquiste ottenute.
Il significato produce comportamenti. I comportamenti modificano la situazione. La nuova situazione produce nuovi significati.
Non siamo più davanti a due opinioni contrapposte. Siamo dentro un sistema che contribuisce continuamente-e circolarmente- a produrre le condizioni che confermano le proprie descrizioni.
Quando la differenza si contrae, emerge il paradosso.
Qualche tempo fa, parlando di performance atletiche con alcuni amici, mi è scappato di dire una frase come: “Certo che la definizione muscolare dei negri non ha paragoni!” E ho immediatamente avvertito un senso di imbarazzo da parte di chi mi ascoltava. E un’amica mi ha cortesemente suggerito: “Adesso si chiamano neri!”. Allora, è ben vero che negli USA il termine “nigger” ha storicamente un’accezione dispregiativa, da cui la decisione di sostituirla con il più neutro “black”. Ma qui non siamo negli USA. L’ho fatto notare, e infatti la risposta è stata: “Perché quando dici negro ti riferisci a tutta una serie di implicazioni negative”.
Come si vede, siamo nel caso hai detto X, dunque pensi Y, dunque sei Z. E Z in questo caso è un razzista: mi chiedo, nel caso stessi discutendo con un vero razzista, che differenza farebbe per lui chiamare un africano “nero” piuttosto che “negro”.
Qui c’è un aspetto da evidenziare. Uno dei grandi meriti della sensibilità Woke è stato quello di richiamare l’attenzione sulle differenze: differenze di esperienza, di storia, di identità, di opportunità, di potere. Eppure proprio una cultura nata per riconoscere le differenze può rischiare, quando diventa identitaria, di tollerare sempre meno la differenza nelle interpretazioni.
Non è necessariamente un problema dei valori che l’hanno generata. Può essere un problema del livello al quale quei valori vengono collocati. Un valore può essere discusso, interpretato e tradotto in comportamenti differenti.
Un’identità, invece, tende a essere difesa.
Quando un valore diventa parte dell’identità, dissentire sul modo in cui quel valore debba essere tradotto in pratica può essere percepito non più come una differenza di opinione, ma come una minaccia all’appartenenza.
Ed ecco che la distinzione si contrae. Non sei più qualcuno che condivide con me un valore ma propone un comportamento differente. Diventi qualcuno che, proprio perché propone quel comportamento, dimostra di non condividere davvero quel valore. La differenza smette di produrre informazione e comincia a produrre appartenenza o esclusione.
Il meccanismo funziona in entrambe le direzioni
Sarebbe però troppo facile considerare tutto questo una patologia esclusiva del woke. La reazione anti-woke può utilizzare esattamente lo stesso meccanismo.
Basta chiedere una maggiore attenzione verso una minoranza perché qualcuno venga classificato come woke; una volta classificato come woke, qualsiasi sua affermazione può essere reinterpretata come manifestazione di conformismo, censura o ideologia.
La struttura non cambia:
hai detto X, dunque sei Z; siccome sei Z, sappiamo già che cosa significa ciò che hai detto.
E il fenomeno non riguarda soltanto questo conflitto.
Lo incontriamo nella politica, nelle religioni, nelle culture organizzative, nelle professioni, nelle comunità scientifiche. Ogni appartenenza tende prima o poi a produrre aspettative su ciò che una persona dovrebbe pensare anche altrove.
È comprensibile. I pacchetti identitari hanno una funzione straordinariamente utile: riducono la complessità.
Se so a quale categoria appartieni, non ho più bisogno di esplorare ogni volta ciò che pensi. Posso prevederlo. Il problema è che, a forza di prevederlo, rischio di smettere di osservarti.
Separare ciò che abbiamo collegato
Forse allora quel fastidioso disorientamento da cui sono partito contiene un’informazione utile.
Anche se condivido alcuni valori e rifiuto alcuni comportamenti messi in atto in loro nome, non per questo dovrei sentirmi incoerente. Piuttosto, a produrre l’apparente incoerenza potrebbe essere la pretesa che le due cose debbano necessariamente coincidere.
Criticare ciò che una persona fa non equivale a definire ciò che una persona è. E difendere un valore non rende automaticamente coerente con quel valore ogni comportamento adottato per difenderlo.
Distinguere questi livelli non significa rinunciare alle proprie convinzioni. Al contrario, potrebbe essere un modo per prenderle più sul serio. Perché forse la vera alternativa alla polarizzazione non consiste nel trovare una posizione intermedia fra woke e anti-woke.
Consiste nel recuperare la possibilità di dire: condivido questo valore. Non condivido questo comportamento. E non vedo alcuna contraddizione fra le due cose.
A volte, per vedere una connessione nuova, bisogna prima avere il coraggio -e l’apertura mentale- di scioglierne una che sembrava ovvia.
©Camillo Sperzagni