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7 agosto 2026

Inclusione e performance: un’antinomia apparente nelle organizzazioni

“La quiete in quiete non è vera quiete. La vera quiete è la quiete in movimento”

Massima Taoista

Molte aziende -e anche molti manager-percepiscono inclusione e performance come due forze opposte.Da un lato, il timore che un approccio inclusivo “rallenti” l’azione, “abbassi l’asticella” o produca rigidità burocratiche.
Dall’altro, la spinta a ottenere risultati rapidi ed eccellenti, che rischia di tradursi in selezioni drastiche e in esclusioni più o meno dichiarate.
Ebbene: in realtà, inclusione e performance non sono poli in conflitto, ma dimensioni interdipendenti di uno stesso sistema. Guardate da vicino, rappresentano -nella loro antinomia inevitabile- una tensione creativa che, se ben gestita, diventa una leva strategica di successo. Occorre però la capacità di uscire dalla consueta logica aristotelica (A o NON-A). In un contesto complesso, come suggerisce Edgar Morin, le contraddizioni sono parte costitutiva di una forza vitale e creativa.

Inclusione come motore di performance

La ricerca organizzativa mostra con chiarezza che i team eterogenei, se ben coordinati, hanno maggiore capacità di problem solving, innovazione e antifragilità.La diversità di prospettive consente di vedere più opzioni, anticipare rischi e adattarsi ai cambiamenti con maggiore agilità.
La performance sostenibile, nelle aziende complesse, non può poggiare solo su pochi “top performer”: è l’integrazione
sistemica delle energie di tutti a produrre risultati duraturi. Un’organizzazione che sa includere talenti diversi – per età, background, genere, stile cognitivo – crea un vantaggio competitivo che non si misura solo nei numeri trimestrali, ma nella capacità di crescere nel tempo.

La cultura della comunicazione e del feedback

Specifichiamo una cosa: inclusione non significa solo “aprire le porte”. Significa creare le condizioni perché la collaborazione sia efficace.Qui entra in gioco la cultura della buona comunicazione e del feedback chiaro.
Troppo spesso il feedback è vissuto come un atto unidirezionale, in cui chi ha già un ruolo riconosciuto
“giudica” chi entra o chi è più debole. In un approccio sistemico, invece, il feedback è un processo reciproco:
- chi include deve saper comunicare con trasparenza, chiarezza e spirito costruttivo;- chi viene incluso deve essere formato e incoraggiato a chiedere chiarimenti, esprimere i propri bisogni, dare a sua volta feedback all’organizzazione.

Caso Microsoft
Sotto la guida di Satya Nadella, Microsoft ha rivoluzionato la propria cultura, introducendo la “growth mindset culture”. L’idea è che il feedback non debba essere unidirezionale, ma reciproco, valorizzando anche le voci nuove.Risultato: aumento della capacità innovativa e maggiore attrattività per i talenti, con un impatto diretto sulla performance.

Questo aspetto è cruciale: l’inclusione funziona solo se tutti i soggetti coinvolti si assumono responsabilità comunicative. In altre parole, non è un dono concesso dall’alto, ma un patto che si rinnova ogni giorno attraverso la qualità delle relazioni.

Il senso di appartenenza e l’onboarding

Un altro nodo sistemico che riguarda da vicino i progetti di inclusione è il senso di appartenenza.Le persone danno il meglio quando percepiscono di far parte di una comunità in cui hanno un ruolo riconosciuto e significativo.

Per questo motivo, strategie di onboarding ben progettate sono decisive:-
con percorsi strutturati di inserimento,- momenti di mentoring con colleghi esperti,
- rituali e pratiche di accoglienza che aiut
ano a “vivere” la cultura aziendale.
Un
onboarding efficace non è un atto formale, ma un investimento sulla performance futura: riduce il tempo necessario a diventare produttivi, aumenta la motivazione e abbassa il rischio di abbandono precoce. E crea una solida base per i processi inclusivi.

Caso Airbnb
Airbnb ha reso l’onboarding un elemento cardine della propria cultura. I nuovi assunti vivono un percorso iniziale che combina formazione e immersione nei valori aziendali, con incontri diretti con i fondatori.Il risultato è un forte senso di appartenenza fin dai primi mesi, che ha portato a tassi di retention nettamente superiori alla media del settore tech.

Regola: trasformare la tensione in leva strategica

In definitiva, inclusione e performance non sono termini da conciliare con compromessi al ribasso. Sono piuttosto due dimensioni che si rafforzano a vicenda se pensate in un’ottica sistemica:

Tutto questo ci indica chiaramente una cosa. Le aziende che promuovono cultura della comunicazione reciproca, feedback chiaro e pratiche di onboarding efficaci non scelgono tra inclusione e performance. Perché sanno che l’una è condizione per l’altra.

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