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7 agosto 2026

Di chi è la responsabilità di una relazione di violenza?

Di chi è la responsabilità di una relazione di violenza?

L’utilità di pensare nuovi ruoli oltre a quello della vittima

Ci sono molti esempi di relazioni basate sulla violenza: la violenza sulle donne, lo sfruttamento, ma anche il bullismo, il mobbing, lo stalking, il nonnismo… e per tutti questi esempi esiste una vasta letteratura socio psicologica dove tipicamente si analizzano ruoli e responsabilità, fondamentalmente distribuiti tra chi agisce la violenza e il contesto che lo legittima o addirittura supporta. Ma se ci pensiamo bene ci accorgiamo che leggere queste analisi è come vedere il casting di un film dove ci sono dei buchi: ci sono interpreti che non vengono citati.

E per capire bene cosa manca occorre ricordare due cose: la prima è che anche la violenza è -in senso pragmatico-un atto di comunicazione. Già nel lontano 1967 gli psicologi della Scuola di Palo Alto -Watzslavick, Beavin e Jackson, sulla scorta degli studi di Gregory Bateson, avevano chiarito che l’obiettivo della comunicazione non è la trasmissione di informazione, creando una equivalenza tra comunicazione e influenzamento. E poi avevano specificato le leggi generali del comunicare, elencando assiomi che si ponevano come chiavi interpretative di ogni episodio comunicativo:

La seconda cosa da ricordare è che tuttavia, dopo più di cinquant’anni, l’applicazione di questi assiomi ha riscosso successi e consensi soprattutto in ambiti ristretti e specialistici, come la psicoterapia sistemica o la comunicazione di marketing, venendo però ignorata o quasi in tutti gli altri contesti. C’è da interrogarsi sul perché di questo ripudio collettivo, e non mi riferisco tanto al sentire comune, che da sempre è l’ultimo a integrare i rivolgimenti culturali; ma piuttosto a quegli ambienti di analisi e studio dei fenomeni sociali di cui la violenza è parte.

Personalmente tendo a pensare che l’adozione pratica di questi assiomi richieda un drastico cambio di abitudini nel nostro modo di stare al mondo, e con esso un impegno non indifferente sul piano cognitivo, energetico ed emotivo: in particolare il terzo, in cui viene richiamato il concetto di circolarità, così caro a Bateson. Andiamo con ordine. Il secondo assioma intanto ha chiarito che attraverso la comunicazione non solo definiamo i contenuti dei rispettivi scambi, ma anche la posizione relazionale di chi sta comunicando: i nostri reciproci ruoli. A questo punto il terzo assioma dice che tutto ciò avviene attraverso un processo simultaneo e circolare, dove non c’è chi inizia e chi finisce: è qualcosa che si co-costruisce assieme.

Accettare questo presupposto ha delle implicazioni impegnative, soprattutto quando andiamo a esaminare situazioni come quelle di sopraffazione e violenza che abbiamo citato prima. Perché richiede di accettare il fatto che anche la parte oppressa e angariata ha comunque (anche se inconsapevolmente) un ruolo attivo nel generare il quadro complessivo, mentre nella nostra cultura comune si tende a inquadrare il tutto in termini di vittime e carnefici, di colpevoli e innocenti, di prepotenti e indifesi. In questo modo si creano i presupposti per portare il fenomeno sul piano del giudizio etico e morale, generatore di indignazione, auspici e buoni sentimenti, ma altamente inefficace nel cambiare la sostanza delle cose.

Certamente accade spesso che chi si trova dalla parte svantaggiata abbia contro di sé assetti e precedenti di tipo culturale, psicologico e sociale; e tuttavia credo che occorra sviluppare una maggiore auto-consapevolezza sul modo con cui stiamo in relazioni svantaggiose, penalizzanti e pericolose. Riconoscere i nostri schemi personali, analizzare i nostri presupposti, vagliare le nostre paure, e capire se davvero dobbiamo soggiacere rassegnati al gioco in cui ci siamo trovati a giocare.

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