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Cambiamento 4 novembre 2026

QUANDO AVER CAPITO DIVENTA UNA TRAPPOLA

1854, a Londra avevano già capito tutto. Però non funzionava.
Londra, 1854. Il colera imperversa nei quartieri più poveri della città, provocando migliaia di morti. Le condizioni igieniche sono spaventose: fogne a cielo aperto, rifiuti, acqua contaminata e un’aria che, soprattutto d’estate, dev’essere tutt’altro che gradevole. Fortunatamente, i medici dell’epoca dispongono già di una spiegazione: il colera è provocato dai miasmi, le esalazioni malsane che si sprigionano dagli ambienti sporchi e insalubri. E, a ben vedere, la spiegazione funziona. Dove c’è sporcizia, c’è cattivo odore. Dove c’è cattivo odore, ci sono malattie. Tutto torna. Certo, non esiste una dimostrazione che siano proprio quelle esalazioni a provocare il colera. Ma la connessione appare talmente evidente da rendere quasi superflua la domanda. E il colera continua indisturbato.
Poi arriva un medico inglese, tale John Snow, che comincia a osservare la situazione da una prospettiva diversa.
Snow sospetta che il colera si trasmetta attraverso l’acqua contaminata. Durante un’epidemia nel quartiere di Soho, raccoglie informazioni sulla distribuzione dei casi e scopre che molti di essi sono collegati a una pompa pubblica di Broad Street. La sua indagine contribuisce a mettere in discussione la teoria dominante, apre la strada a una comprensione radicalmente diversa della trasmissione della malattia e fornisce una risposta concreta per la prevenzione. Naturalmente, la storia è più complessa di così: Snow non era l’unico a dubitare della teoria dei miasmi e la sua interpretazione non venne accettata immediatamente. Ma questo non cambia il punto che ci interessa.
Per molto tempo una spiegazione plausibile aveva orientato il modo di osservare il fenomeno, rendendo meno visibili altre connessioni possibili.
Ma perché siamo così convinti di aver capito?
Proviamo a pensarci. Quante volte, ascoltando il racconto di una situazione, ci capita di esclamare: «Ah, ho capito!»? Magari abbiamo ascoltato soltanto una parte della storia. Non abbiamo verificato le informazioni, né esplorato interpretazioni alternative. Eppure proviamo una sensazione piuttosto netta: adesso la situazione ci è chiara.
Da dove nasce questa convinzione?
Una prima risposta riguarda il nostro bisogno di coerenza. Quando riusciamo a collegare alcune informazioni in una spiegazione plausibile, ciò che prima appariva confuso acquista un ordine. La spiegazione produce senso, riduce l’incertezza e ci permette di orientarci. E questo è un vantaggio enorme. Se dovessimo verificare tutte le possibili interpretazioni di ogni esperienza, probabilmente non riusciremmo neppure a decidere che cosa mangiare a colazione.
Il problema nasce quando scambiamo la sensazione di coerenza per una prova di verità. Una spiegazione può essere convincente senza essere fondata. Può essere corretta ma incompleta. Può persino consentirci di prevedere alcuni eventi, pur attribuendoli a cause sbagliate. Nel caso del colera, per esempio, l’associazione tra ambienti insalubri e diffusione della malattia era tutt’altro che immaginaria. Il problema era il significato causale attribuito a quella connessione.
A questo si aggiunge un altro fenomeno: tendiamo a considerare particolarmente affidabili le spiegazioni che ci sono familiari, che vengono condivise dalle persone di cui ci fidiamo e che trovano conferma nelle nostre esperienze precedenti. Così, poco alla volta, un’interpretazione può perdere il suo carattere di ipotesi e trasformarsi in qualcosa che «sappiamo».
L’illusione di comprendere
Nel 2002, due ricercatori, Leonid Rozenblit e Frank Keil, hanno descritto un fenomeno poi definito come illusione della profondità esplicativa. In sostanza, hanno scoperto che le persone tendono a sopravvalutare la propria comprensione del funzionamento di molti oggetti e fenomeni quotidiani.
Per esempio, possiamo essere convinti di sapere perfettamente come funziona uno sciacquone. Del resto, lo utilizziamo da decenni, spesso con risultati soddisfacenti. Ma se qualcuno ci chiedesse di spiegare dettagliatamente il meccanismo che lo fa funzionare, potremmo scoprire che la nostra conoscenza è molto meno approfondita di quanto pensassimo.
Non è necessario essere ignoranti per cadere in questa trappola. È sufficiente confondere la familiarità con un fenomeno con la comprensione del suo funzionamento.
E qualcosa di simile può accadere anche nelle relazioni personali e professionali. Pensiamo a un responsabile che descrive un collaboratore come poco motivato. Ha osservato molti comportamenti che sembrano confermare la sua interpretazione: scarsa iniziativa, poca partecipazione, tendenza a evitare responsabilità. La spiegazione appare ragionevole. E potrebbe anche essere corretta. Ma che cosa accadrebbe se scoprissimo che, in quell’organizzazione, chi prende iniziative viene spesso criticato o smentito dai superiori? Il collaboratore non è cambiato. Sono cambiate le connessioni attraverso le quali interpretiamo il suo comportamento.
Quella che sembrava una caratteristica individuale potrebbe essere anche il risultato delle relazioni all’interno del sistema organizzativo. E, improvvisamente, diventano immaginabili -e magari anche attuabili- possibilità d’intervento che prima non avevamo considerato.
Quando una buona spiegazione diventa un limite
Fin qui abbiamo parlato soprattutto di spiegazioni sbagliate o insufficientemente fondate. Ma c’è un aspetto ancora più interessante. Non è necessario aver capito male per smettere di capire meglio.
Anche una spiegazione corretta può diventare una trappola, se finiamo per considerarla l’unica possibile o l’unica rilevante. Ogni volta che attribuiamo un significato a una situazione, selezioniamo alcune informazioni, stabiliamo connessioni e lasciamo inevitabilmente sullo sfondo altri elementi.
Non possiamo fare diversamente. Nessuna osservazione può comprendere contemporaneamente tutto ciò che sarebbe possibile osservare. Ma proprio per questo dovremmo ricordare che ciò che abbiamo compreso non coincide necessariamente con tutto ciò che potremmo comprendere. Il problema dunque non è avere delle certezze. Le certezze sono spesso utili, talvolta indispensabili. Ci permettono di decidere, agire e orientarci nel mondo.
Il problema nasce quando dimentichiamo che anche le nostre certezze hanno una storia: sono il risultato di particolari osservazioni, connessioni e interpretazioni. E che altre connessioni potrebbero modificare, integrare o ampliare il senso che attribuiamo alla situazione. Nel 1968, un ricercatore della 3M, Spencer Silver, sviluppò un adesivo che incollava poco e si staccava facilmente. Un risultato apparentemente deludente. Qualche anno dopo, un collega, Art Fry, intuì che proprio quella caratteristica poteva essere preziosa per realizzare segnalibri riposizionabili. Nacquero così i Post-it. L’adesivo non era cambiato. Era cambiato il significato attribuito alle sue proprietà. E con esso, le possibilità di utilizzarlo.
Una possibilità in più, anche quando non serve
È proprio da questa considerazione che nasce una delle prospettive fondamentali dell’approccio Connecting Mind*: sviluppare la capacità di osservare non soltanto le situazioni, ma anche il modo in cui costruiamo il loro significato. Non si tratta di mettere continuamente in discussione tutto ciò che sappiamo, né di sostituire una spiegazione con un’altra soltanto per il gusto di cambiare prospettiva. E neppure di considerare tutte le interpretazioni ugualmente valide. Le spiegazioni devono continuare a confrontarsi con i fatti, con le evidenze disponibili e con le conseguenze delle azioni che suggeriscono. Si tratta piuttosto di coltivare una disposizione mentale: la convinzione che, in ogni situazione, il campo delle possibilità sia potenzialmente più vasto di quello che riusciamo a vedere.
Non significa che siamo obbligati a esplorarlo continuamente. Se una spiegazione ci permette di orientarci e agire efficacemente, possiamo tranquillamente continuare a utilizzarla. Ma sapere che in linea di principio esistono sempre altre connessioni diventa una risorsa preziosa quando incontriamo un ostacolo, quando qualcosa non funziona più come previsto o quando desideriamo semplicemente ampliare le nostre possibilità. È una forma di apertura che non ci rende necessariamente più incerti. Al contrario, può aiutarci a distinguere tra ciò che è realmente impossibile e ciò che ci appare impossibile soltanto perché non riusciamo ancora a immaginare alternative.
Naturalmente, nella vita quotidiana non siamo chiamati a inventare nuovi prodotti o a risolvere epidemie di colera. Ma possiamo incontrare trappole molto simili, magari durante una riunione, una conversazione difficile o una decisione che sembra non offrire alternative. In quei momenti, forse il segno di una buona comprensione non è poter dire finalmente «Ho capito», ma riuscire a domandarsi: «Che cos’altro potrei capire?»

*Connecting Mind™ è un nuovo approccio teorico-pratico allo sviluppo di capacità metacognitive finalizzate a riconoscere, esplorare e trasformare le connessioni mentali attraverso cui attribuiamo significato alle esperienze, interpretiamo le situazioni e orientiamo le nostre azioni. Integrando pensiero sistemico, pragmatica della complessità e processi di creazione di senso, Connecting Mind aiuta persone, gruppi e organizzazioni ad ampliare le proprie possibilità di comprensione, scelta e intervento nei contesti in cui operano.

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